Prologo:
Stavo scrivendo un post che mi e emerso ieri. Lo scrivevo, lo cancellavo, mi mancavano parole, devo ancora esercitare l’italiano per prima di potere materializzare in parole alcuni sentimenti e osservazioni. Nel frattempo, come un entré, un piccolo riepilogo delle 24 di un giovedì qualsiasi.
La notte era torbida. Mi svegliano gli urli femminili. Mi vesto in 2 secondi e precipitando per le scale al volo afferro la Maxi MagLight. Cera la luna, ma la Maglight doveva illuminare qualcuno. E già seconda volta, cazzo. Ho 200m fino a casa loro.
Sto tremando. Freddo? Rabbia? Paura? Di Lui? Di me?. Non ho tempo per pensarci. Sono già alla porta. Comincio a bussare e suonare. Nessuno apre. Il litigio mutiche.
“Fatemi sentire la sua voce!” grido, ormai non mi riconosco più.
Dopo 10min lei mi apre.
“Si e calmato, sarà tutto bene. Grazie per la preoccupazione, ma sai … (..) .. io lo amo. Torna a casa, non succederà più”.
Rimango immobile, stordito, accecato, noto che mi son perso la metta’ del suo discorso.
Da quel stato imbranante mi sveglia la luce soffusa blu. Qualcuno aveva chiamato la polizia…
Ho dormito un ora quella sera come se tutto il peso del mondo mi cadesse sul petto.
......................
Mi sveglio pulito e candido. Sta mattina ti sento più vicina che mai.
Faccio la valigia e la carico in macchina. Giro il sguardo e noto il parasole del passeggero abbassato. Sorrido. Ci sei.
Al semaforo mi sento osservato. Una donna sui
Le sorrido, e lei mi sorride dietro. Rimaniamo cosi fino a che un riflesso di luce verde su parabrezza non decide che era il momento di partire. Ci salutiamo.
Decido di tornare e lasciare la macchina a casa. Ho bisogno di viaggiare cambiando mezzi di trasporto.
Di guardare fuori dal finestrino gli alberi e case che passano, osservare le strisce bianche sul asfalto che si interrompono, e poi si riuniscono, e si interrompono di nuovo, con una ritmica ululante di un notturno di Chopin. Per riunirsi di nuovo, lontano al orizzonte. Li dove vorrei arrivare.
Di guardare le nuvole, di godere la vertigine e la sensazione di essere più alto di ieri e sapere di essere al di sopra del momento che mi ricorda che niente e eterno.
Mi piace osservare la gente. Ascoltare e sfiorare le loro storie. Con gli anni ho sviluppato il metodo di osservazione non intrusiva. Adesso sono in grado a osservarli anche girato di schiena. E molto spesso mi sento osservato.
In stazione dei pullman mi siedo sulla banchina e accendo la sigaretta. Attraverso la foschia del primo fumo noto due occhi che mi guardano. Li sorrido.
Li occhi e il modo come mi osservavano erano molto più dolci e giovani dai allineamenti del suo viso. I suoi movimenti erano lenti e la sua voce tranquillizzante.
Mi chiede cortesemente di offrirgli una sigaretta e se può sedersi affianco.
Maria. La dona guerriera. Mi raccontò la sua vita. Dei suoi figli, del suo padre scomparso in guerra, del suo fratello “tropo tenero” come lo definissi lei, al quale ha strappato il fucile di mano quando si incanto’ d’avanti al nemico, per ucciderlo poi con le sue mani. Di mesi di carcere e dormire nei parchi. Del oblio, orgoglio e speranza.
Maria. 37 anni.
Nel pullman ti sento di nuovo vicino. Come se fossi qui al fianco. Mi giro per poterti osservare meglio mentre dormi. Guardandoti mi addormentò’.
Mi aspettano in ufficio. Un paio di ordini, un paio di telefonate, un paio di storie da raccontare dai ultimi viaggi, leggere le mail, scrivere le mail, leggere ..
Cavolo sono già le sei… mi portano in aeroporto.
In aereo la assistente di volo mi guarda e mi ferma. “No, mi dispiace, non sono (…il famoso cantante italiano). Se mi metto a cantare si noterà subito la differenza, e ce il rischio che la gente lo interpreta come allarme di una sirena per abbandono aereo”.
Strappo fuori un paio di sorrisi e mi siedo al mio posto. Ma hai, mi alzano, mi sono seduto sul A11 che era il numero del gate. Sparo due battute sul quanto sciamannato sono, e ti cerco con lo sguardo. Ridiamo. Ormai la gente sta appoggiando i giornali Alitalia e aspetta la mia prossima mossa. No, no… prima pagate il biglietto. Al uscire un paio di loro mi salutano.
A Fiumicino un ora per il scalo. La ragazza al bar ..occhi marroni. La vagliona simpatica di mille miglia occhi blu. Mi dispiace, non mi interessa, ma la risata la condivido volentieri. Mi guardi con quel sguardo come solo tu sai guardare, mentre ordino la piadina romagnola per me e l’insalata per te.
Gli amici mi chiamano per chiedere quando arrivo. Sono a cena in un ristorante dove si balla la salsa. Andiamo? Ti va di ballare?
Il rumore delle ruote a toccare l’asfalto e le luci intermittenti della pista mi svegliano. Uff, mi ero addormentato di nuovo.
Al ristorante hanno già rimosso i tavoli e si balla la salsa. Andiamo al banco per raccontarci le novità prima di avvicinarsi alla pista. Sto attento con i sorrisi, un sorriso qui vuol dire essere trascinato in pista. Azzz… mi e sfuggito uno, e eccomi in clinch di una brasiliana. Mi cavo abbastanza bene con tutti i balli a’parte i latino. Cerco di mischiare un po’ di tutto. Esce fuori un bel minestrone divertente, anche la brasiliana sembra che si diverti. Ti cerco con il sguardo. Balliamo?
Marco, l’imprenditore, 50 anche simpatico che dice che ama ballare, ma spera di trovare un suo amore. Luca, il culturista che vuole rimorchiare, Flavia con i occhi inchiodati sulla sua amica, Suzanna che non ride e non chiude i occhi neanche sul lento…
La chiave della stanza mi aspetta al solito posto.
Mi faccio la doccia lunga mentre ci sono i INXS in MTV . Mi butto sul letto e ti aspetto prima di spegnere la luce.
Allungo la mano per toccarti. Cade nel vuoto e precipita silenziosamente e morbidamente sul cuscino al fianco. Non ci sei.
Spengo la luce e chiudo i occhi. Isstantamentte d’improvviso sento quel fiato caldo e cullante cosi famigliare sul collo.
Sorrido dolcemente sapendo che tu mi sorridi.

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